Perché mio figlio non vuole dormire?

Perché mio figlio non vuole dormire?
02/03/2016 Studio Incipit

Il ritmo sonno-veglia di un bambino è molto diverso da quello di un adulto. E quindi come può fare un genitore a capire se i risvegli notturni o la fatica a dormire da solo di suo figlio siano davvero indicatori di un malessere?
Partiamo da alcuni presupposti:
– Il bambino nasce con un temperamento e con caratteristiche personali che lo rendono più o meno intrinsecamente incline a regolare gli stati emotivi interni.
– Il bisogno fisiologico di sonno cambia nel percorso di crescita (0-2 mesi: bisogno di 10-19 ore di sonno; 2-12 mesi: bisogno di 13-15 ore di sonno con sonnellini di 2-4 ore; 1-3 anni: 11-14 ore con sonnellini di 1,5-3,5 ore; bambini 3-5 anni: 10-13 ore di sonno con sonnellini; 5-12 anni: 9-11 ore di sonno).
– Nei primi tre anni di vita il sonno è più leggero e appaiono frequenti risvegli notturni.
– Nel sogno (attività REM) vi è una rielaborazione e un apprendimento di quanto vissuto nella giornata. Paure, ansie, fatiche emotive vissute possono allora incidere sulla continuità nel sonno.
Gli stati di nutrizione, il disagio fisico, i processi maturativi o i compiti fisiologici della vita influenzano i pattern del sonno (allergie, coliche, i dentini, l’inserimento al nido, l’arrivo di un fratellino,…)
Il sonno può essere allora considerato come un’area di vulnerabilità dove si può manifestare la difficoltà fisiologica di un bambino di regolare autonomamente i propri stati interni. La creazione di un clima prevedibile, rassicurante e sicuro può facilitare l’apprendimento di questa capacità. Ecco alcune strategie:
– Privilegiare routine rilassanti prima di andare a dormire (sì letture, no videogiochi o corse,…).
– Scegliere un oggetto per addormentarsi (ad esempio peluches) e trasmettere l’idea che la cameretta è un luogo sicuro.
– Ricordare con anticipo quando arriva l’ora di andare a dormire.
Mettere il bambino nella culla o nel letto ancora sveglio (evitare di farlo addormentare in un posto e spostarlo).
Incoraggiare ad addormentarsi da solo.
Trattare con rispetto e serietà i suoi timori: più un bambino è piccolo più per lui è difficile differenziare fantasia e realtà.
Ascoltare le proteste, le paure o gli incubi: provare a dare voce alle emozioni vissute, contenere e fornire tranquillità emotiva. Evitare di banalizzare il contenuto.
Cercare insieme strategie per affrontare il conflitto interno. Dare al bambino un ruolo attivo nella ricerca (ad esempio inventare alcuni riti che permettano di affrontare la paura, come mettere una lucina se ha paura del buio, controllare nell’armadio che non ci sono fantasmi,…).
A volte nonostante quanto attuato permangono dei momenti di crisi e in tali situazioni può aumentare un senso di impotenza e di sfiducia nel genitore. E quindi come si può differenziare una difficoltà legata alla crescita dall’espressione di un malessere più profondo?
Innanzitutto analizzare quanto sta accadendo: frequenza del disagio, intensità della crisi, capacità a meno di farsi calmare, presenza di fattori esterni che possono aver turbato l’equilibrio possono aiutare a comprendere l’entità e/o la transitorietà dell’eventuale malessere.
Non sottovalutare la situazione. Ricordare che spesso un bambino non sa spiegare con le parole quanto gli sta succedendo. Spesso lui stesso non lo capisce. Pertanto difficoltà costante a prendere sonno, incubi, terrori notturni, agitazioni motoria nei risvegli, crisi di angoscia possono essere considerati delle implicite richieste di aiuto.
Provare a non sentirsi sopraffatti dall’impotenza o da un senso di inadeguatezza provando a trovare delle strategie. Ma come?
Partire dal proprio stato emotivo: il genitore è sempre una risorsa per affrontare le difficoltà di addormentamento del suo bambino. La difficoltà endogena del bambino di regolarsi può venire modulata dall’intervento e dallo stile relazionale del genitore. Allo stesso tempo se tutto il contesto affettivo condivide impotenza, ansia, rabbia, allarme allora sarà più complicata la ricerca di una soluzione.
– Capire quanto la coppia genitoriale si sente interferita da questo disagio e provare a trovare insieme delle linee educative condivise e costanti.
– Ricordare la gradualità di qualsiasi intervento attuato, rispettando sia il proprio sentire che i bisogni di crescita del bambino (in altre parole “non forzarsi” ma neanche adagiarsi nella difficoltà).
– Provare a capire gli stati interni del bambino, provare in primis a modularli, per passare poi a trasmettere al bambino quella capacità regolativa che ancora non ha.
Non umiliarlo nel momenti di difficoltà e di regressione.
Sostenerlo e valorizzarlo nei successi.
Avere fiducia. Ricordare che ciò che aiuterà vostro figlio nel suo percorso di crescita non sarà avere qualcuno sempre pronto a placare il suo disagio. Piuttosto avere qualcuno che crede in lui, che lo rassicura, gli lascia lo spazio per sperimentarsi e per cercare il modo per fronteggiare la difficoltà con le proprie forze.

Dott.ssa Silvia Cesari